Gruppo di musica etnica e tradizionale della Romagna

L’Uva Grisa nasce a Bellaria Igea Marina (RN) nel 1981 come esperienza artistica, di ricerca e aggregazione intorno alla cultura tradizionale della Romagna. Il suo lavoro è rivolto alla conoscenza critica e alla pratica degli antichi repertori di musica, canto e danza; alla valorizzazione dei modi espressivi della cultura orale e le forme di socialità ad essi legate

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La Società dei Marinai – la Sucità di Marinér

Gualtiero Gori, “La Società del marinai. La Sucità di Marinér. Canti popolari dei pescatori di Bellaria Igea Marina e balli di tradizione della Romagna eseguiti da L’Uva Grisa”. Vol. 2. Rimini, Panozzo, 2008, pp. 95 – € 13,00

Brani contenuti nel cd audio allegato:

  1. Io sono un pescatore (La vela bianca)
  2. Saltarello di Faenza
  3. La storia del contadino che non era mai stato in treno
  4. Di nome son chiamata Caterina
  5. L’Ornella (Le spose ai monti e al mare e i mariti a casa a lavorare)
  6. Furlana di Savignano di Rigo
  7. C’era un gobbo vecchio e storto
  8. Scotis di Santa Sofia
  9. Oh! Duce Duce (Meglio sarebbe)
  10. Quater Bulèn, Manfrina
  11. Il Cioccapiatti (O Compare so suonare)
  12. La Marcellina (L’altra sera andando a spasso
  13. Attenti attenti che la tromba suona
  14. Vivandiera, Polka

Recensioni:

Fabio Fiori

La grande famiglia del mare tra racconti e musiche (Corriere di Rimini, 6 gennaio 2009)

Sono questi giorni di Pasquella, un tempo giorni di canti e questue legate all’Epifania. E’ proprio prendendo spunto da questa plurisecolare tradizione che nel 1981 ha preso avvio a Bellaria Igea Marina il gruppo L’Uva Grisa, una delle più importanti esperienze di musica e ballo, ricerche e aggregazioni, attorno alla cultura della Romagna e più in generale dell’Italia centrale affacciata all’Adriatico.

Una formazione che associa al necessario rigore dello studio, in un difficile ambito come quello folclorico, la capacità di far ballare e divertire. Una parte importante di questo trentennale lavoro è da oggi ordinato in un progetto editoriale curato da Gualtiero Gori, uno dei fondatori del gruppo e instancabile raccoglitore, assieme a un nutrito gruppo di amici e appassionati, di memorie individuali e collettive di quel borgo di pescatori sorto alla foce dell’Uso. Proprio in omaggio a questa economia peschereccia, nei suoi articolati risvolti sociali e culturali, sono dedicati alle genti portolotte i primi due cd book. Sono piccoli, eleganti e densi libri, a cui sono associati due diversi cd, che restituiscono i racconti e il repertorio orale e musicale dei pescatori bellariesi, delle loro donne e della più grande famiglia del mare. Di quell’Adriatico che da sempre è insieme fonte di sostentamento, in forme diverse e in continua evoluzione, e di comunanza tra le genti che lo popolano.

Credo che questi lavori acquistino un valore ulteriore proprio se letti e ascoltati pensando alle tante esperienze umane e culturali legate al mare, sia sul versante occidentale che su quello orientale. Nei due libri si trovano testimonianze che restituiscono almeno l’eco di quella cultura del mare che si è andata disperdendo con la fine dell’età della vela. Una cultura del mare che è stata troppo frettolosamente cancellata negli anni del dopoguerra, perché apparentemente inutile alla nuova, vorace, economia turistica. Una perdita di cui ancora oggi i più non riescono a stimare il valore, né tantomeno a cercarne una possibile, utile anche economicamente, riscoperta.

Altrettanto importante è sgombrare l’orizzonte, fin dalla prima pagina o dal primo ascolto, da inutili, fuorvianti rimpianti di un tempo passato peraltro durissimo, come testimoniano con estrema chiarezza le parole dei testimoni. I lavori invitano invece a cercare di fare tesoro, anche in chiave contemporanea, di quella cultura popolare che venne tragicamente seppellita prima delle bombe della guerra e poi da quelle altrettanto disastrose del consumismo. Così i suoni di violini, ocarine, chitarre, conchiglie e percussioni, nonché le voci de L’Uva Grisa, sembrano magicamente levarsi dalle macerie culturali di questi anni. Ascoltando canzoni d’amore e satiriche, danze strumentali e stornelli, si materializza un mondo che sembra lontanissimo nella memoria, ma che era invece la quotidianità dei nostri nonni.

Il lavoro etnografico di Gualtiero Gori è meticoloso e continuo, attento anche a frammenti minuti, a versi minimi, a tutto ciò che permette di ricostruire un’identità necessaria. O per meglio dire un’appartenenza che oggi risulta essere composita e articolata, ma non per questo inevitabilmente meno radicata ai luoghi e alle storie. Un’appartenenza forte, sentita, critica, mai accondiscendente verso inutili ricostruzioni, rievocazioni o conservazioni “a uso turistico” riprendendo alla lettera le denunce di Gianni Quondamatteo che tanto si prodigò per salvare il salvabile negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Del resto rimanendo alla lingua, che di un gruppo più o meno grande di persone è sempre il miglior specchio, oggi si sente parlare di un nuovo, contaminato, dialetto romagnolo ai mercati ortofrutticolo o ittico, tra i banchi delle fiere o sulle barche da pesca, genti nate sull’altra sponda del mare, del più piccolo Adriatico o del più grande Mediterraneo. Quello che rimane della cultura contadina e piscatoria si deve alle loto mani, così come gli insuperati prodotti della terra e del mare romagnolo. Con buona pace delle bandiere verdi padane, delle improbabili feste borghigiane in stile simil reality, delle identità rigidamente anagrafiche. O ancora, per utilizzare le parole di un canto satirico riproposto da L’Uva Grisa, di tutti quelli che vorrebbero fermare il treno “che me la facio adoso”.

Tutti sono invitati a cantare e ballare nelle osterie, dove “il vino, il cantare assieme, sono rimasti a lungo nella vita dei marinai elementi indissolubili e sacrali”, in quelle di ieri e, ci auguriamo, in quelle di domani.