Gruppo di musica etnica e tradizionale della Romagna

L’Uva Grisa nasce a Bellaria Igea Marina (RN) nel 1981 come esperienza artistica, di ricerca e aggregazione intorno alla cultura tradizionale della Romagna. Il suo lavoro è rivolto alla conoscenza critica e alla pratica degli antichi repertori di musica, canto e danza; alla valorizzazione dei modi espressivi della cultura orale e le forme di socialità ad essi legate

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“Pasquella 2012” di Nino Montanari

PASQUELLA 2012

di Nino Montanari

 

Non una cronaca ma una breve e semplice riflessione la mia, dettatami dalle sensazioni e dalle immagini che mi balzavano davanti agli occhi,  secondo  il numero i bicchieri che avevo nel frattempo ingurgitato.

Ho così visto strade e sentieri, e facce e modi di essere racchiusi entro spazi e  tempi dimenticati. Un viaggio più religioso e meno laico quest’anno,  contrassegnato da sorrisi contadini e da preti di campagna, da gente che pareva ci aspettasse come portatori davvero della buona novella. E quel: “Tornate, tornate, ancora,…mi raccomando!”, …era commovente.

Noi eravamo con le nostre capparelle, i nostri cappellacci, le zampogne, i canti, il poeta, il carrello dei viveri, il nostro camminare lento (dopo essere scesi dalla macchina) verso la meta, ultimi adoratori della terra e dei suoi miracoli. Il dono. Lo scambio. Un canto contro un salame o un bicchiere di vino. Una terra che pareva senza colori, strade asfaltate che attraversavano  montagne  brulle e spoglie, o coperte di neve sporca. Noi santi laici, sopravvissuti all’apocalisse con la missione di proteggere ciò che pochi (loro) si sono conquistati; portare alla luce i loro tesori, difenderli e  rassicurarli che vi saranno altri momenti di pace e di ristoro.

Andiamolo a raccontare ai padroni del mercato globale che difendono solo il profitto e impoveriscono materialmente e moralmente le genti!

La strada è un libro che parla di paura, amore, morte, fuga, ignoto. E noi lettori in questo romanzo vaghiamo coi due protagonisti, un uomo, un padre, e un bambino, il figlio, in un mondo distrutto, senza luce, L’uomo e il bambino camminano per la strada, portando un carrello da supermercato con qualche coperta, un telo di nylon per ripararsi dalla pioggia e dalla neve, poche scatole di cibo trovate qua e là, una pistola con due pallottole e la volontà incrollabile di raggiungere l’oceano, verso sud, per sfuggire all’inverno che avanza e alle bande di predoni cannibali che, come loro, camminano, emigrano, cercano.
Il bambino è indifeso, debole, ha fame, freddo, paura. Chiede protezione, come tutti i cuccioli, ha diritto alla protezione. Ma porta anche “la luce”, perché è l’unico che riesce a provare pietà per i disgraziati che incontra, che offre aiuto, che soffre per gli altri. Nel bambino vi è l’ultimo residuo di umanità e di speranza, l’ultima luce di vita nel mondo morto.
L’uomo ha come missione la protezione del bambino, trovare il cibo, difenderlo dai pericoli, cercare di rassicurarlo, scaldarlo quando ha freddo, vegliare su di lui, e continua ad andare avanti, senza cedimenti, perché sa, e noi sappiamo con lui, che deve farcela finché il bambino, a sua volta, potrà farcela da solo. Forse vi è un piccolissimo segnale di vita nel mondo morto, una manciata di minuscoli funghi che l’uomo trova sotto la cenere, funghi vivi, commestibili, ma non vi sono altre tracce di vita, solo rifiuti, vecchie scatole, sacchi di farina mummificata da raschiare col coltello, cadaveri rinsecchiti nelle case distrutte e razziate, abbandonati sui bordi delle strade, negli abitacoli delle auto carbonizzate .
Quando l’ansia sembra raggiungere il culmine, e non vi è più cibo, né acqua, né energia, e la morte appare inevitabile, arrivano momenti di pace, di ristoro. Trovano un bunker sotterraneo pieno di cibi conservati e combustibile che qualcuno ha allestito prima dell’apocalisse, nell’illusione di nascondersi e sopravvivere. “Possiamo restare qui papà?” E noi viviamo la speranza del bambino, la sua voglia di riposo, di calore, che alterniamo col senso di responsabilità dell’uomo, la sua nozione del pericolo, la sua necessità di fare delle scelte. Siamo figli e siamo padri, deboli e forti, spaventati e determinati su quella strada che si perde nell’ignoto.

La violenza e la brutalità assurgono ad una dimensione anche metafisica: la morte, la negatività sono gli elementi fondamentali di cui è composta la realtà. Ma la tempo stesso c’è un sottofondo di misticismo, quasi cristologico che permea il libro: una Apocalisse che alla fine del mondo fa seguire il ritorno del Messia, del Figlio risorto che fonda il Regno millenario sulle rovine della storia.

Così pare essere  il viaggio dei due personaggi: il destino che aspetta il figlio, la sua volontà di cercare e di fondare un sistema morale ( le continue richieste che rivolge la padre per aiutare le persone e i disperati che incontrano nel viaggio, la pietà che riserva ai sopravvissuti. E questo sembrano delineare le parole con cui si chiude il libro: “Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata  con la punta ambrata delle pinne che ondeggiavano piano nella corrente.. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano le mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa aera più antica dell’uomo, e vibrava di mistero”.

La lingua dello scrittore è secca, asciutta ed essenziale, davvero efficace. Modello forse Hemingway?