Gruppo di musica etnica e tradizionale della Romagna

L’Uva Grisa nasce a Bellaria Igea Marina (RN) nel 1981 come esperienza artistica, di ricerca e aggregazione intorno alla cultura tradizionale della Romagna. Il suo lavoro è rivolto alla conoscenza critica e alla pratica degli antichi repertori di musica, canto e danza; alla valorizzazione dei modi espressivi della cultura orale e le forme di socialità ad essi legate

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Pasquella 2007 “Ohi, ad chesa arvoi cla porta, che ad fura u i è la morta, e ad chesa u i è l’alegria …” di Nino Montanari.

Pasquella 2007 “Ohi, ad chesa  arvoi cla porta, che ad fura u i è la morta, e ad chesa u i è l’alegria …”  

di Nino Montanari.

“ohi, ad chesa  arvoi cla porta, che ad fura uiè la morta, e ad chesa uiè l’alegria …”

Partiamo e andiamo anche quest’anno, noi specialisti del buon augurio; noi cantori di una terra promessa che da qualche parte c’è, ci sarà; noi atleti del buonumore e della speranza soprattutto e nonostante tutto; noi evocatori di una religiosità arcaica che affonda le sue radici nella terra, quella dura e avara, ma che tante volte ha saputo diventare  madre generosa con i propri figli, quelli dalle mani callose, le facce marcatamente contadine scolpite da fatiche secolari, i corpi odorosi di formaggio e di stabbio.

Noi con la polenta e le costarelle di “Gianola”che ci sapettano.

Noi, i pasqualotti, in questa Epifania 2007.

“Riveriti lor Signori…”. E’ tornato il tempo della Pasquella e, al tempo stesso,  periodo “fuori dal tempo”, del ritorno dei morti in dimensione terrena nelle religioni pre-cristiane,  specificamente di origine celtica, da noi in Romagna. Una ricorrenza importante perché si pensava che gli antenati ( legati ad una cultura agraria di fertilità) nella notte dell’epifania, portassero augurio di abbondanza, e, per evocarli, la notte della vigilia del 6 gennaio, i giovani si travestivano ed andavano di casa in casa a formulare auguri in tal senso. Ripresa poi dalla tradizione cristiana con l’introduzione di personaggi ed episodi dei Vangeli.

Veramente quest’anno Gualtiero è piuttosto dubbioso circa le località ove presentarci, amareggiato e critico sul modo alquanto distratto e (quasi) forzato con cui siamo stati accolti l’anno scorso. Una tradizione in gran parte dimenticata o mai conosciuta dalle nuove generazioni –  è il nostro commento – , sempre più travolta e soppiantata da vere e proprie sagre del kitsch, dove marketing e cattivo gusto la fanno da padroni, raggiungendo il massimo della volgarità sul piano estetico e simbolico con gli orrendi Babbi Natale che penzolano da tutte le finestre delle case.Tutti brutti e tutti egualmente sguaiati  nello stile del più basso meretricio.

Ma la Pasquella è comunque parte troppo importante del DNA dell’ Uva Grisa  per non riproporla. Si vuole giocare ancora la carta di Bellaria, magari limitando il campo degli interventi alle poche case che in passato hanno già evidenziato il loro gradimento, e, soprattutto, scommessa nella scommessa, tentare un intervento in località del territorio provinciale ai confini con la provincia di Pesaro-Urbino, dove è risaputo non essere mai stata presente la tradizione della Pasquella, neppure tra gli anziani. Una sottile fascia tra Morciano e Montegrimano rimasta fuori, per remote vicende della storia, da questi rituali. Il Comune di Gemmano, con Onferno e dintorni, ecco le località ove porteremo il nostro messaggio augurale. Gualtiero prende i contatti necessari presso il Comune di Gemmano che invia, molto gentilmente, un elenco di anziani e di famiglie con relativa pianta topografica del territorio ove raggiungerli. Inoltre una persona del luogo potrà farci da guida.

Capparella e cappello neri sono pronti ad essere indossati. Gualtiero, l’Angela, Mirco, Roberto, la Giorgia, Iulco, Pierluigi, la Lorella,  la Dianella, Nino, sono pronti. Altri arriveranno più tardi. Si profila subito la vera star della missione: Roberto, che con il suo pugnettone  riscuote molti consensi fra gli addetti ai lavori.

Si parte da Igea il 5 gennaio alle ore 19, poi segue Bellaria.

Aprono le loro porte più famiglie di quanto ci si potesse attendere e tutto si svolge in modo positivo, al di sopra delle aspettative, discreto e caloroso al tempo stesso: presso una famiglia hanno atteso all’aperto, nel freddo, per circa un’ora il nostro arrivo. E come dimenticare l’emozione disegnata sui volti di quelle due donne, forse vedove o forse con mariti inesistenti, quando Venturelli si è esibito con il suo violino? ( Ma di chi potevano mai essere tutte quelle foto di uomini ben inserite nei rispettivi portaritratti e tutte quante allineate sulla credenza, se non di mariti più o meno ex, o amanti in qualche modo morti o quasi? ).

Noi gratifichiamo tutti coinvolgendoli nei nostri canti augurali e danze, e loro ricambiano con abbracci, vino e tanti dolciumi. Il tutto trova poi il suo punto più alto e la sua conclusione da “Gianola” dove gli auguri si sposano molto bene con la polenta. Felice conclusione verso le 24 con l’incontro di un altro gruppo di pasquaroli capitanati da Casali, e relativo passaggio di consegne.

Ma la festa è appena iniziata.

L’indomani 6 gennaio 2007 partenza per Onferno. “ Mi raccomando alle 9 tutti a casa mia per la partenza” – insiste Gualtiero -. Ciò vale anche per l’Ermanna, tornata durante la notte dalla Calabria, anche se stanca morta. E lei fa di tutto per essere puntuale, costretta dalla fretta a darsi –  Nino nota –  l’ultima definitiva sistematina alla sua biancheria intima  proprio sul portone d’ingresso quando lo stesso Nino la va prendere a casa con la macchina verso le 8,45.

Ci siamo tutti o quasi. Altri arriveranno più tardi.

Si arriva comunque ad Onferno più tardi del previsto, alle ore 10,30. Ci fermiamo davanti alla chiesa, perché lì, all’uscita dalla messa, oltre alla guida, si potrà incontrare la quasi totalità degli abitanti del paesino. Canti, danze e auguri rivolti a quella ventina di persone che mostra di essere davvero stupita e al tempo stesso felice di questa nostra sorpresa.

Via poi con le macchine verso Farneto, il borgo dove ci porta la nostra guida. Si tratta di 4 – 5 case tutte ristrutturate che constatiamo essere in gran parte disabitate ( o abitate solo saltuariamente da parte di forestieri, addirittura da una famiglia di tedeschi ). La sola casa completamente abitata è quella di una famiglia di genovesi, due anziani signori, peraltro molto gentili, che apprezzano molto i nostri omaggi augurali. Non conoscono la Pasquella e non hanno mai ammazzato il “baghino” in vita loro, ma alle nostre richieste cantate offrono comunque dell’ottimo Albana. Qualcuno di noi si lascia sfuggire commenti di una banalità disarmante, del tipo: “è una realtà senza radici,… peccato, davvero peccato “. Qualcuno ha il coraggio di trovare un pizzico di poesia nel mangiare un caco maturo direttamente staccato dalla pianta. E lì ci raggiunge Iulco.

Neppure la Rita, che conosceremo poco dopo nella vicina frazione di Marazzano,    ha radici in quel luogo, essendo di origine abruzzese,  – di Loreto, non quello marchigiano, precisa – ma lei non si pone problemi di questo tipo e non ne pone neppure a noi.

Arriviamo come al solito cantando e suonando “Riveriti lor Signori…” e cosa  appare davanti ai nostri occhi? Una donna? Un  sogno fattosi realtà evocato dai nostri canti? No, cari signori, è qualcosa di più, molto di più. E’ una misteriosa divinità dei boschi, una perfetta icona di quelle statue di terracotta rinvenute in diversi luoghi della Mesopotania e dell’antica Grecia: una Dea madre preistorica simbolo della fertilità  e una maschera di vita scesa in mezzo a noi in questa giornata, con la funzione sacrale di aiutare noi poveri mortali a vincere i problemi materiali della vita quotidiana. Una forza della natura per dare nuovo impulso alle speranze degli uomini e noi siamo i primi beneficiari della mattinata. Tutti i maschi presenti non hanno dubbi: è lei la personificazione della Pasquella.Come dimenticare quell’immagine sorridente che ci viene incontro in pigiama e ciabatte rosa? E quei capelli avvolti in una eterea cuffia che lascia appena trapelare il recente quanto delicato trattamento di tintura color rosso mogano? E quelle enormi poppe, rese ancor più evidenti dalla sua bassa statura, sballottanti sotto il pigiama mentre corre avanti e indietro per offrirci il panettone? Cos’altro si sarebbe potuto mai aggiungere ad un sogno lì materializzato davanti ai nostri occhi?Neppure il più fantasioso pittore avrebbe potuto rendere un’idea più esaltante di femminilità. “ Mi chiamo Rita, e quello lì è il mio ex marito. Viviamo separati, in due case separate. Io qui, lui di là. Ma continuiamo a volerci tanto bene. Io preparo da mangiare per lui e per le sue donne di volta in volta sue ospiti”, ci dice la Rita alla nostra terza dedica di Pasquella. Il suo ex “lui” si chiama  Sante Grandi, ed è un uomo barbuto con il baffo da conquistador che non lascia indifferente le nostre donne. E’ anche lui molto gentile. Ha solo la mano un po’ tremante mentre offre da bere a tutti con la bottiglia in mano. Forse è alcolizzato. La Rita in un quarto d’ora riesce a raccontare tutta la sua vita alle donne che entrano ed escono dalla sua casa: è molto felice con il suo nuovo ragazzo con cui va a ballare in discoteca tutte le settimane, e poi chissà quante altre cose farà. Nino vuole ballare con lei, ma Giuseppe è geloso, e, con la scusa del gioco della scopa, poco dopo gliela porta via. La Rita dispensa sorrisi ed allegria fino alla fine. Sono già le 12,30: dobbiamo tornare nuovamente a Onferno, al Ristorante “Sbrulen Bio” , per il pranzo. Cucina sana tutta a base di prodotti Bio. Sono più che sufficienti due primi, considerando i secondi di carne e i contorni. Ma qualcuno, sicuramente per sbaglio, ordina tre primi per tutti: cappelletti, ravioli con salvia, tagliatelle con fagioli, lenticchie, funghi, ecc., ecc. E poi il piccione, il coniglio, le salsicce, ecc.ecc. Alla fine non rimane proprio niente, se non quattro striminziti avanzi che più avanzi di così si muore, per il gatto della Lucia.

Il pomeriggio è dedicato a Gemmano: una Pasquella tutta “di piazza”, istituzionale con tanto di Sindaco e Assessori al seguito, e calorosa al tempo stesso, dove allo stupore dei bambini si aggiunge in breve il coinvolgimento nei canti e nelle danze di gran parte della popolazione, prima nella piazza e poi lungo la via principale. Si attraversa così tutto il paese fino all’estrema periferia, alle porte del cimitero.

Rimane tuttavia ancora molto tempo che va opportunamente utilizzato Qualcuno lancia l’idea di andare a Taverna, una località abbastanza vicina, precedentemente non prevista. Tutti alle macchine, ma alcuni pasqualotti evidentemente abituati a viaggi che al massimo vanno dalla casa al lavoro alla chiesa, sbagliano percorso e così, per andare a Taverna,  ripassano per Onferno percorrendo così almeno 8 chilometri in più. Ma ciò non vale per Mirco, che rivela di possedere un perfetto spirito da viaggiatore, con la mappa del mondo stampata nella sua mente. Alla fine, tuttavia,  ci si riunisce. E’ già buio. Taverna ci attende, paese sonnolento avvolto nella nebbia.

“E’ arrivata la Pasquella, tutti gli anni sempre quella,…. “ lancia il messaggio Domenico. Poi seguono altre dediche. In men che non si dica, una finestra dopo l’altra si apre, e  uno degli  angoli del paese dove casualmente ci fermiamo in breve tempo si anima con un richiamo festoso da finestra a finestra. Donne anziane, soprattutto, stupite e sinceramente felici di questa nostra incursione, che generosamente ci lanciano sorrisi, battute ( “ Ma da dove venite?”) , bottiglie di vino, panettoni e monetine per noi poveri disgraziati. Ma è poi proprio una donna anziana che dall’alto di una finestra chiama per nome, a gran voce, una giovane signora  che, nel frattempo, era apparsa  lungo la salita, accorsa anche lei al richiamo dei nostri canti e schiamazzi. La giovane pulzella è molto gentile ed accogliente e ci apre le porte della sua villa. Il marito non è meno gentile. La signora passa da un orgasmo all’altro ad ogni serenata che Mirco e Pierluigi le dedicano, ma il massimo viene raggiunto proprio poco prima di congedarci quando lei riconosce in quel vecchio signore con cappello e capparella ( si chiama Nino) l’antico direttore didattico che evidentemente ha lasciato da quelle parti qualche traccia di buone cose fatte ( e non aggiungiamo altro).

La stessa scena calorosa, con l’offerta di vino si ripete poi in altri angoli del paese, anche se con qualche difficoltà in più a stanare la gente ben rinchiusa nella propria  casa. ( A proposito, il vino offerto da quell’anziano signore dell’ultima casa visitata sapeva molto di benzina).

Alcuni poi tornano a casa. Pierluigi, Lorella, Aldo Grazia, Ermanna, Gualtiero, Angela Roberto, Giorgia e Nino rimangono.  Si torna allo “Sbrulen Bio” con l’intento molto chiaro di fare una cena molto frugale data l’abbuffata del pranzo. Così non è perché la gentilissima signora del Ristorante, una portata dopo l’altra, ci riempie comunque la tavola di cibo, al quale nessuno osa rispondere di no, e neppure Aldo.

Poi tutti nell’ostello di Onferno per trascorrere la nottata. Per riposare, si pensa. Ma non si può sprecare un’occasione come questa, in un luogo così suggestivo, in questa notte stellata, la luna alta nel cielo che illumina tutta la vallata e i bordi delle colline circostanti, solo per dormire. Perché non fare una passeggiata lungo la salita di fronte al paese? Ci vanno tutti, escluso Nino che, nel frattempo, si era infilato nel bagno, intenzionato a raggiungerli poco dopo. Ma i nostri escursionisti ritornano prima del previsto perché – loro dicono – hanno rischiato di essere investiti da un’auto: il conducente non si aspettava di vedere tanta gente di notte, in quel luogo, in quella curva. Secondo Nino è una bugia: sono tornati quasi subito a casa perché hanno avuto paura del lupo cattivo.

Ma i brutti pensieri sono subito dimenticati, gratificati come sono dalla vista di Nino in pigiama. Ed è partendo da questo non trascurabile particolare che Gualtiero propone di restare ancora un po’ alzati a “raccontarci” nei nostri pregi e difetti. E’,  comunque la si pensi, un bel momento comunitario dove, tra l’altro, si parla anche di religione Sui “difetti” si arriva alla saggia conclusione secondo cui, sicuramente tutti ne abbiamo, ma tutto può essere reso “nobile” con un gesto tanto semplice quanto difficile per alcuni da compiersi: il chiedere “scusa” a chi si è involontariamente offeso, non avendo colto di una determinata persona la sua specifica sensibilità.

E’ quasi mezzanotte quando si decide di andare a nanna. C’è il problema dei dispari come Nino ed Ermanna: chi dorme con chi, a seconda di chi russa o meno. Nino assicura di avere il respiro di un angelo e di saper  dare all’occorrenza stimoli nuovi per una notte indimenticabile. E’ per quello che tutti fanno a gara per averlo nella propria stanza. Ma per meriti acquisiti sul campo vincono su tutti Pierluigi e Lorella: saranno loro ad avere l’onore di averlo come vicino di letto.

Trascorre la notte con qualche rumore davvero inopportuno. Essendo noi persone molto discrete e ben educate, abbiamo ritenuto bello non indagare troppo sul tipo di rumore né su chi sia stato l’involontario autore.

Ci aspetta l’alba del 7 gennaio con la dedica, dopo la colazione,di alcuni canti di Pasquella e di serenate all’anziana signora, madre della gestrice del Ristorante.

E’ il primo incontro della giornata con gli anziani, quelli davvero vecchi, tanto da non uscire ormai più dalla propria stanza, e che tutt’al più si affacciano alla finestra come ha fatto la nostra vecchia, che ringrazia commossa. Lei almeno ha potuto affacciarsi alla “sua” finestra, della “sua” casa”.

Neppure più questo è concesso alla nostra cara Maria Benedetti, la memoria storica di molta parte del repertorio dell’Uva Grisa e lei stessa protagonista di momenti indimenticabili del gruppo fino a pochi anni fa.

“Us sta propri mel a què”,  ci dice appena la vediamo seduta su una sedia, magra di una maqrezza tale da farci pensare che a fatica riesca a reggersi in piedi. Ha una mantellina rosa sulle spalle e sotto si intravede un abito scuro tutto ornato di lustrini colorati di rosso e di giallo.Si è messa l’abito della festa per riceverci. Appena ci vede, si alza in piedi aiutandosi con un bastone. E’ finita all’ospizio la povera Maria, e noi al pomeriggio andiamo a trovarla in quel luogo che, per quanto ubicato in riva la mare e forse anche assistita da personale specializzato, rimane comunque ai nostri occhi un luogo “infame”, di emarginazione indegno di un essere umano al termine della propria esistenza, e meno che mai per la Maria con le sue sofferenze e la sua storia spesso drammatica che porta sulle spalle dei suoi 92 anni.

Abbracciamo tutti la Maria,  e poco dopo la Lucia le offre un bellissimo mazzo di fiori che poi deposita sopra un tavolo.

Avevamo organizzato quest’incontro da qualche giorno, era stata la Lucia ad interessarsene coinvolgendo in ciò la figlia della Maria, lì presente anche in questo pomeriggio. “Sono qui tutti i giorni, e lei non è mai contenta “, dice a noi questa sua figlia.                                         Nessuno le risponde, anche perché molto impegnati a ricacciare indietro le lacrime che incominciano a brillare sui nostri occhi.

Ci guardiamo intorno. Sono 50, forse 100 vecchi tutti quanti in carrozzella, chi con gli occhi persi nel vuoto, chi con la testa penzoloni da una parte, chi con la lingua di fuori, chi batte le mani continuamente guardando il soffitto, come intento ad applaudire un misterioso quanto invisibile artista: un musico proveniente da un altro mondo? Un fauno? Una visione celestiale?

Ma c’è anche una donna meno anziana fra loro che, appoggiandosi ad un carrello per disabili, alterna il battito delle mani con il ballo. Balla continuamente da sola, valzer soprattutto. “Mi chiamo Anna” , risponde quando le chiediamo il suo nome. Poi continua a ballare da sola.

Una parte di loro è molto incuriosita dalla nostra presenza e in qualche modo è coinvolta dai nostri canti e dai nostri accenni di ballo. Ma una vecchia non vuole proprio saperne di canti. Lei è attratta dal mazzo di fiori della Maria,  e continua ad avvicinarli a sé con l’intento di impossessarsene, così che quando Nino delicatamente cerca di allontanarglieli, lei protesta: “Mio!”.

“ In questa casa c’è una sposa, bianca e rossa come una rosa, ….” , incominciamo a cantare. La Maria ha un guizzo di vitalità e prova anche lei a cantare, e poi addirittura a ballare coinvolta da Gualtiero. Canta da sola “Caterinella” e noi la ascoltiamo.

Ha un filo di voce appena percepibile, sbaglia le parole delle strofe, ma riesce, comunque, a dare a questa Pasquella il senso più vero e autentico che andavamo cercando dal giorno precedente. Mi dispiace per la Rita, ma è la Maria ad incarnare la Pasquella con il suo senso del sacro, la memoria che diventa verità viva del presente pur provenendo dal più lontano passato, i valori di cui  è portatrice e che nessuna ricchezza materiale di questo nostro attuale mondo potrà mai eguagliare.